NO, IL CINEMA ITALIANO NON FA SCHIFO COME DICONO

Spesso, quando al cinema arriva un nuovo film, la prima domanda – più o meno diffusa, più o meno di tutti – è: “ma è italiano?” Perché se è italiano ci siamo convinti che ci siano meno possibilità che sia bello, ben confezionato e convincente. È un pregiudizio che ha messo le radici anni fa, quando c’è stato il boom dei cinepanettoni (e anche in quel caso andrebbero fatte delle distinzioni), e che da allora, un po’ impunemente, è stato alimentato da una parte – parte, lo sottolineiamo – della critica e del pubblico. Ma il cinema italiano non fa schifo.

Ci sono film più o meno riusciti, altri orribili, altri ancora meravigliosi. Un po’ come succede nel resto del mondo. Il problema è che le persone non sempre sanno che cosa andare a vedere e, più in generale, non sempre sanno che cosa possono andare a vedere – sembrano lo stesso concetto ma no, sono differenti. In parte perché, uscendo così tanti film, le distribuzioni fanno fatica a pubblicizzarli tutti nel modo migliore; e in parte perché, e forse è la ragione più importante, il tempo e le risorse non bastano più.

Inoltre, il passaparola si è imposto come principale meccanismo di fortuna dei film in Italia. Il che, chiaramente, può avere sia effetti positivi sia effetti negativi (non hanno successo, per forza di cose, i titoli migliori; hanno successo i titoli di cui si parla di più). Pensiamo, per un momento, alle uscite degli ultimi mesi (e per ultimi mesi, intendiamo letteralmente gli ultimi mesi): Anna di Marco Amenta con Rose Aste, Gloria! di Margherita Vicario, Holy Shoes di Luigi Di Capua (è alla sua seconda settimana di programmazione, è un’opera prima e merita assolutamente di essere visto); L’arte della gioia di Valeria Golino (e non è un film, e va bene, ma è uscito ugualmente al cinema in due parti) con un’incredibile Tecla Insolia; Quell’estate con Irène di Carlo Sironi, Io e il Secco di Gianluca Santoni, Confidenza di Daniele Luchetti, Il mio posto è qui di Daniela Porto e Cristiano Bortone con due bravissimi Ludovica Martino e Marco Leonardi, e Troppo azzurro di Filippo Barbagallo.

Perché il cinema italiano non fa schifo?

Nella maggior parte dei casi, si tratta di opere prime. E anche questo, se vogliamo provare a fare un discorso più ampio, è un elemento da tenere seriamente in considerazione. Perché ci dice che tra i più giovani, tra chi cioè ha tra i 20 e i 30 anni, c’è una voglia concreta di raccontare storie, di farsi avanti e di provare a rappresentare – poco o tanto dipende ovviamente dai punti di vista – la propria realtà. Molti dei film che abbiamo citato mettono in scena storie di crescita, in cui i protagonisti, giovani e precari, senza un futuro chiaro davanti a loro, riscoprono sé stessi.

Uno dei temi che ritorna spesso, anche se con le dovute differenze, è il corpo: inteso come estensione della coscienza e del carattere; come insieme di pulsioni e di contraddizioni; come strumento effettivo di affermazione e di critica. Alcune di queste storie sono ambientate nel passato, come quella de Il mio posto è qui (che film meraviglioso), mentre altre sono tratte da libri di grandi successo come Confidenza di Luchetti (che tensione e che rabbia per tutto il tempo). Con Holy Shoes, Di Capua parla di consumismo e del materialismo più superficiale che finisce per condannare le persone, mentre con Anna Marco Amenta racconta uno spaccato di vita vera in Sardegna, dove l’uomo continua a sfidare e a mortificare la natura. (L’interpretazione di Rose Aste, tra parentesi, è una delle migliori di quest’anno: è definitivamente nata una stella).

Ci sono coming-of-age, come dicevamo prima, e ci sono film che esplorano nel profondo, intimamente, il nostro rapporto con il desiderio. Il film che più di tutti, però, dimostra la diversità e l’incredibile capacità del nostro cinema di sapersi rinnovare e di saper offrire al pubblico storie di altissima qualità è Gloria!, altra opera prima, questa volta diretta da Margherita Vicario (che ha scritto la sceneggiatura con Anita Rivaroli e che ha curato le musiche con Dade). Anche in questo caso ci troviamo davanti a un film che parla di crescita e di affermazione personale. Ci sono, però, l’elemento fondamentale dei costumi e quello della musica, che prova ancora una volta il suo dinamismo come linguaggio e, soprattutto, come forma d’espressione di stati d’animo e di emozioni. In più, Vicario ha saputo circondarsi di un cast di prim’ordine, con attrici perfettamente calate nel loro ruolo (Le citiamo: Galatea Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi, Maria Vittoria Dallasta e Sara Mafodda).

Siamo abituati, e anche questo è sbagliato, a paragonare la nostra produzione con quella che arriva da altri paesi come la Francia e gli Stati Uniti; tendiamo però a dimenticare che da noi vengono distribuiti solo alcuni film e non la totalità dell’offerta di un particolare paese (sarebbe impossibile, oltre che estremamente costoso). E questo ci pone in una situazione differente, perché c’è già una selezione, a monte, di cosa poter vedere.

Per quanto possa suonare retorico e semplicistico, l’industria audiovisiva italiana, pur nella sua limitatezza e nel suo provincialismo, è popolata da artisti eccezionale, che non solo meritano di avere un’occasione per potersi esprimere ma pure di ricevere il beneficio del dubbio e di essere ascoltati senza alcun pregiudizio. Da un punto di vista puramente economico, è vero che questi film faticano a incassare abbastanza da farsi notare al box office e, quindi, nelle classifiche ufficiali. Ma è un cane che si morde la coda. Se se ne parla poco, incasseranno poco; e se incasseranno poco, lo spazio che riceveranno nel dibattito pubblico, dai social ai media più tradizionali, sarà ridotto.

Quanto talento c'è nel cinema italiano?

Abbiamo paura, sembra, del talento. E diciamo talento per intendere novità. Alcuni registi vengono tacciati perché figli o parenti di; e le loro opere, che andrebbero valutate per quello che sono, finiscono nell’ennesimo cortocircuito di qualunquismo e luoghi comuni. Ed è un peccato. È un peccato perché, così, tendiamo a banalizzare e a non comprendere appieno ciò di cui possiamo godere; è un peccato perché non diamo una possibilità a una – più o meno – nuova generazione di autori e di autrici di affermarsi, e di ritagliarsi una posizione. Ed è un peccato perché, ancora una volta, diamo adito a frasi come “il cinema italiano fa schifo”, e no, lo ripetiamo: non fa schifo. Guardiamo per credere.

Andare in sala costa, e questo non può essere un aspetto da sottovalutare. È altrettanto vero, però, che dobbiamo tornare a sostenere il nostro cinema non solo per puro spirito patriottico, ma perché le cose, prima ancora di essere giudicate, criticate o addirittura stroncate, vanno viste. Il pubblico ha una grossa responsabilità. Proprio come ce l’hanno i distributori (tra i film citati, si è fatta notare Fandango per il suo lavoro di selezione e di attenzione agli esordi) e la stampa specializzata. Abbiamo bisogno di riappropriarci di uno spazio in cui poterci confrontare senza avere paura di esporci o di dire cosa pensiamo (se una cosa è brutta o non ci piace, dobbiamo avere la possibilità di dirlo). I cinema e i film hanno bisogno dei loro spettatori.

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